Gli ultimi giorni d’Italia

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È difficile descrivere come accadde, come la cosa ci scivolò di mano.

All’inizio la cosa sembrava un susseguirsi di scoop, sembravamo vivere un film di fantascienza catastrofico, i cui protagonisti eravamo noi.

Da bambina mi era sempre piaciuta la serie “I sopravvissuti”: che ci potevo fare se adesso la stavo vivendo, perlomeno nelle sue fasi iniziali? Ogni giorno c’erano sempre più malati e sempre più morti, e noi eravamo diventati gli officianti di quella macabra contabilità.

In realtà fin dall’inizio molte cose erano forzate. Con tutto il terrore che spargevamo dalla mattina alla sera, tra quei milioni di vecchietti già malati, veramente sarebbe stato impossibile che nessuno peggiorasse. Poi, quando arrivavano in ospedale, gli veniva subito fatto il tampone, (oppure ancor prima, a casa), e già loro sapevano che ne sarebbero morti, già sapevano che avrebbero avuto una polmonite fulminante, che nessuno si salvava. Una profezia che si auto-avvera perfetta. Ripetuta per mesi, da tutti i canali tv e radio, e dai giornali. 

Ancora, per impedire il contagio venivano rigidamente separati dai loro cari, un’alimentazione terribile… anche loro entravano in quel film di fantascienza, ma solo nel ruolo delle migliaia che morivano, tra l’altro con addosso quegli angoscianti respiratori.

Ci morirebbe un giovane con quello scafandro addosso, figuratevi un vecchio al quale è stato detto che deve morire, sentendosi pure in obbligo di farlo in fretta per liberare un posto. Quanto volevate che resistessero in quelle condizioni?

In realtà, sta storia del tampone non mi aveva mai convinto. Solo una minima parte di quei “contagi”, anche tra quelli che morivano, venivano poi confermati dall’Istituto Superiore di Sanità. Ce l’avevano detto, nei laboratori, a microfoni spenti, che c’era una quantità enorme di falsi positivi… già, noi lo sapevamo, ma perché non lo dicevamo? Perché trascuravamo e anzi neppure chiamavamo più nelle televisioni quei medici che tendevano a dare un quadro rassicurante, e perché confondevamo tra malati e contagiati? Perché omettevamo di dire che la stragrande maggioranza dei contagiati stava bene? E che il virus era al massimo il colpo di grazia, ma non certo la causa della morte? 

Chi tra noi giornalisti fosse andato contro corrente avrebbe dato l’impressione di andare contro la categoria, contro la casta dei sacerdoti negromanti della catastrofe… era come se stessimo giocando con la vita e con la morte, e uno si sottraesse al gioco, come non voler sfruttare il nostro grande momento.

Due mesi dopo la chiusura totale d’Italia la situazione cominciò a degenerare. Almeno decine di migliaia di imprese avevano già chiuso per sempre, un sacco di gente era rimasta senza lavoro. Le “polizie” ci avevano preso gusto a tartassare poveri cittadini che non potevano manco più uscire a prendere un po’ d’aria, cominciavano a sentirsi un po’ come gli squadroni della morte latino-americani, ma qui tutti erano stati trasformati in criminali: chi andava a trovare la ragazza, chi usciva al parco col bambino o col papà anziano. 

Dopo le prime settimane di canti al balcone e patetici volemose bene e l’Italia risorgerà, l’odio cominciò a serpeggiare e prevalere. 

Contro chi non rispettava le regole, chi “diffondeva la peste” uscendo. Con la miseria, la disoccupazione, la paura, la rabbia, le angherie di polizia, carabinieri, soldati, era fatale che la popolazione si dividesse in gruppi ribelli che facevano scorribande e attaccavano le forze dell’ordine, da un lato, e dall’altro quelli che restavano a casa, ormai barricati, a consumare le ultime provviste e gli ultimi risparmi, ormai angosciati di finire, se avessero messo il piede fuori, in un ospedale da campo, a rischio di tampone e quarantena forzati, per contrastare gli odierni “untori”, oppure aggrediti dai ribelli. Per di più il resto del mondo ormai aveva ripreso la vita normale, senza grandi sconvolgimenti. Noi invece eravamo diventati peggio della Grecia. Perché in Grecia c’era “solo” povertà, disoccupazione, criminalità e sfruttamento, da noi a tutto ciò si erano aggiunti i peggiori disturbi psichiatrici. Era diventato un immenso manicomio a cielo aperto. Anche chi era fisicamente sano era angosciato dalla malattia. Del resto, come si fa a restare sani dopo due mesi chiusi in casa, tutti innocenti-carcerati? E per di più senza motivi validi, perché per quanto potessimo pompare e montare, alla fine la realtà apparve chiara: noi giornalisti coi nostri toni apocalittici, i politici col loro folle operato, soldati e polizie con le loro violenze e soprusi, avevamo fatto sprofondare un’intera nazione nel caos, nella guerra civile, nella miseria, nell’anarchia. 

Il paese con più arte e cultura al mondo, il paese del Risorgimento, di Cesare Beccaria e della Resistenza.

Noi avevamo soffocato l’Italia. Non il corona virus.

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