Gli ultimi giorni dell’umanità

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3 settimane dopo l’inizio della cosiddetta emergenza del corona virus, il 23 febbraio 2020, il mondo intero era entrato in un cul-de-sac.

In realtà i giornalisti e tutto il sistema mediatico si rendevano conto di avere sparso il terrore a piene mani, di avere già assestato un colpo micidiale non solo all’economia, intesa come transazioni finanziarie, ma al vero sistema produttivo, quello che permetteva alla gente di mangiare, di lavorare, di vivere. Perché lo avevano fatto? Per ignoranza, per conformismo, per sottomissione alla massa, per aumentare audience e vendite? Per paura di essere accusati di prendere la cosa sottogamba? Forse per tutte queste cose insieme.

In realtà c’erano stati all’inizio degli scienziati e dei medici che si erano scagliati contro la follia di precipitare pima l’Italia e poi l’Europa e il mondo in una immaginaria peste bubbonica o spagnola del 21° secolo. Ma quegli scienziati che avevano avuto il coraggio di infrangere quella spirale del silenzio non erano stati ascoltati, erano stati accusati di incoscienza e messi alla gogna. Da allora nessuno osò più dire nulla, e questo aveva fatto precipitare le cose.

Quando ormai tutto era chiuso, fermo, bloccato da circa 2 mesi, gli stessi media e politici, i veri colpevoli, non avevano più il coraggio di tornare indietro. 

C’erano stati fino allora circa 200 morti, più che per il virus per il cancro e mille altre malattie gravi di cui erano già affetti, ma anche se ce ne fosse stato qualche altro centinaio, alla fine dell’anno, sarebbero stati una percentuale minima a fronte delle oltre 100 mila per malattie del cuore, delle 70 mila per malattie cerebrovascolari, delle 120 mila per i vari tipi di tumori, delle 25 mila per ipertensione, delle 50 mila per infezioni ospedaliere, delle 20 mila per diabete, delle 9000 per influenze e polmoniti “normali” di ogni anno.

Ma come ammettere di avere “esagerato” dopo che migliaia di imprese avevano chiuso, dopo che centinaia di migliaia di persone erano finite sulla strada in poche settimane, una sorta di nuovo 1929, solo per una psicosi collettiva mille volte più micidiale del covid19?

Le malattie mentali, in realtà, sono mille volte più contagiose di quelle fisiche, e questo vale anche per il delirio, anche sanitario e scientifico. La crisi, sfuggita di mano ai politici e a tutti gli enti preposti all’ordine pubblico esplose da un lato in un fanatismo anti-contagio, dall’altro in una ribellione franca e violenta di quelli che in preda alla fame avevano deciso di farla finita, anche con l’insurrezione e la cacciata dei politici e dei giornalisti che li avevano buttati sulla strada. 

Per di più senza che ancora si vedesse una via di uscita da quell’impasse.

Presto scoppiarono delle rivolte violente nelle cosiddette zone rosse, nel frattempo allargatesi a macchia d’olio. La gente assaltava i supermercati, le panetterie, ogni negozio di di alimentari, e persino le forze dell’ordine, viste ormai come aguzzini occupanti, esecutori di un nuovo regime mediatico-sanitario. Questi attacchi portarono a una stretta militare e poliziesca ancora più folle, in cui era i “negazionisti” o “ribelli” erano divenuti gli odierni untori. 

Due mesi dopo alcuni giornalisti, politici e scienziati caddero sotto i colpi dei “terroristi”. Tre mesi dopo in tutto il mondo ai cosiddetti “focolai del contagio” si erano aggiunte guerre civili, con bande anarchiche, fasciste, ecologiste-profonde, milizie, neo-tribù, sostenitori di un “governo mondiale sanitario” o al contrario intenzionati a radere al suolo tutte le istituzioni nazionali e sovranazionali che avevano portato a quella situazione: Stato, Europa, OMS. 

Tra questi due estremismi c’erano masse di sbandati desiderose solo di sfamarsi e sopravvivere.

Dopo quattro mesi ogni assetto sociale era saltato. Tutti i governi nazionali erano stati deposti e sostituiti. In alcuni paesi erano accaduti dei colpi di Stato. Coprifuoco, bande di “resistenti” e “partigiani”. Esecuzioni sommarie. A tutto ciò si era aggiunta la bomba dell’immigrazione: milioni di profughi siriani che Merdogan, il nuovo sultano turco, aveva “liberato” dal suo territorio, per vendicarsi del mancato sostegno dell’Europa contro Siria e Russia. Le vecchie formazioni politiche scomparirono e vennero soppiantati da vari strati sociali, magmatici, tra tregue e tradimenti, rappresaglie, vendette, più diffuse e imprevedibili che nella seconda guerra mondiale: non c’erano più fascisti e antifascisti, occupanti contro patrioti, autoctoni e migranti.

Adesso erano tutti presunti assertori della verità e della giustizia, e il nemico, il fanatico e il bugiardo stava sempre dall’altra parte della barricata: l’untore oppure il tiranno, l’anarchico comunitarista o il gonzo conformista, il ribelle o il guardiano del cordone sanitario.

Verità e menzogna, paura e rabbia, si mescolavano in giganteschi tsu-nami emotivi. Tutto il mondo e la mente di tutti erano ormai state invase da stupore, incertezza e rassegnazione. Più ancora che dal virus.

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